Il Medioevo che non aveva paura del sesso (e scommettiamo che ne hai più paura tu?)

Tanti anni fa, quando ero ancora un ingenuo cucciolo di Carlottina, la mia idea del Medioevo era che fosse un posto fatato pieno di draghi e gente in armatura, che passava la vita a fare tre cose: pregare, combattere e morire di peste. Quando poi sono cresciuta ho imparato che molte delle cose che credevo di sapere erano luoghi comuni. Uno su tutti? Nel Medioevo non si tromba. O se proprio lo si fa (giusto per generare altri figli da mandare nel mondo a pregare, combattere e morire di peste), lo si fa con mestizia e religiosa contrizione.
Eh, amici miei, niente di più sbagliato. Nel Medioevo il sesso c’era, si faceva con allegria e se ne parlava con una disinvoltura che oggi farebbe arrossire anche noi, che ci crediamo emancipati figli del ’68. Volete che ve ne parli? Bene, allora: mamma, babbo, zii e suoceri, fuori da questo post, perché oggi si parla di cosacce.

Il prete tinto (Brass) e altri fabliaux

La voglia dei cazzi e altri fabliaux medievali, a c. di Alessandro ...Di quanto fosse poco sessuofobica la società medievale ci danno prova i Fabliaux, dei brevi racconti in versi, fioriti in Francia attorno al Duecento e poi diffusisi in tutta Europa, Italia, compresa. Alessandro Barbero, nel suo libro dall’eloquente titolo “La voglia dei cazzi e altri fabliaux medievali”, ci ripropone una ventina di questi racconti, tutti decisamente piccanti. Per farvi capire meglio di cosa trattino, ho deciso di riassumervene uno, il mio preferito, dal titolo “Il prete tinto”, laddove “tinto” non sta per Tinto Brass, ma quasi.

C’erano una volta, ad Orleans, due vicini di casa: un prete ed un tintore. Vi anticipo già che in questi racconti i preti hanno una sola missione, non proprio cristiana: trombarsi le mogli dei borghesi. Da parte loro, solitamente, le signore cedono piuttosto volentieri alle profferte dei sant’uomini; quella del racconto in questione invece no, è fedele. E addirittura, stufa del maldestro corteggiamento del curato, confida al marito le attenzioni di cui era vittima e insieme organizzano un piano vendicativo.
La donna finge di acconsentire alle avances e, in assenza del coniuge, invita il prete a casa, preparandogli una deliziosa accoglienza, comprensiva di cenetta fumante e bagno caldo. L’innamorato, bramoso come un mandrillo, si denuda e si immerge nella vasca, già pregustando di mettere le mani sulle abbondanti grazie della signora. A un certo punto però, come nei migliori cinepanettoni, il marito tintore a sorpresa torna a casa. «Presto, nasconditi!» urla la donna al prete, indicandogli una tinozza piena di tinta, collocata proprio accanto alla vasca da bagno.
Il prete, prontamente, obbedisce e si immerge nella tintura. Il buon borghese dunque, varcata la porta di casa, facendo l’occhiolino alla moglie, dice a gran voce:
«Avevo ordinato ai miei servi di immergere la statua di un crocifisso in quella tinozza! Vediamo un po’ se la vernice ha ben preso…».
Il prete, sentite queste parole, immediatamente entra nella parte del crocifisso, si mette a braccia spalancate e, con l’espressione più solenne di cui è capace, si irrigidisce più che può. Il tintore si avvicina e finge di aver mangiato la foglia.
«Sì sì, mi pare proprio che questa statua sia venuta a regola d’arte! Ora la metto qua in cucina ad asciugare, ché c’è un bel calduccio».
E così dicendo estrae la sedicente scultura dalla tinozza e la poggia sulla parete della cucina. Il prete per un po’ sta lì al muro, immerso nella sua parte di Gesù in croce, rigido e immobile… o meglio, quasi immobile perché a un certo punto il tintore, anticipando Galileo di quattro secoli, è costretto a constatare che “Eppur si muove!”. Infatti, sarà un po’ il caldo della cucina, sarà un po’ la presenza della procace padrona di casa, ma qualcosa nella statua inizia a levarsi.
«Boia Mondo! Quando mai si è visto un crocifisso con i coglioni e il cazzo!» (già, dice proprio così il testo!) esclama il tintore. «Doveva essere ubriaco chi l’ha scolpito così! Servi, presto, portatemi una sega, che lo correggo!».
Inutile dire che è esattamente quello il momento in cui il prete capisce che è ora di mettere fine alla sua interpretazione da Oscar e di scappare di gran carriera saltando dalla finestra, completamente nudo e sporco di tinta.

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Ovviamente si tratta solo di un raccontino, che restituisce però l’idea di una società in cui le pulsioni sessuali c’erano ed era vissute come perfettamente naturali, da prendere in giro forse, ma non certo da demonizzare.

Un atteggiamento simile lo troviamo anche nella letteratura più alta, come il Roman de la Rose, un poemetto del Duecento che divenne un vero e proprio best seller medievale, famoso in tutta Europa. Per farvela breve, l’opera ha come protagonista un poeta che deve superare un’infinità di prove per poter finalmente conquistare una splendida rosa custodita in un castello.
Inutile dirvi che il senso è tutto allegorico, che il protagonista non ha ambizioni da vivaista e che la rosa in questione è quella cosa che le signorine hanno più o meno a metà strada tra l’ombelico e le ginocchia.

Casomai voleste approfondire il tema vi lascio a fine post un video di Alessandro Barbero in cui si parla, tra le altre cose, anche di tutte quelle novelle del Decameron che, scommetto, NON vi hanno fatto studiare a scuola. Guardatelo, perché è uno spasso davvero.

Il Risus Paschalis e altri scherzi da prete

Durante quest’emergenza Coronavirus sul web se ne sono viste di tutti i colori: preti che dicevano messa su Skype e inavvertitamente attivavano i filtri finendo per celebrare in costume da zorro, altri che confondevano Covid e Conad e altri ancora che forse, avendo sollevato troppo il gomito con il vino dell’Eucarestia, partivano a fare i 100 metri dentro la chiesa, cantando a squarciagola canti sacri.
Bene, comunque niente di paragonabile con quanto poteva capitare di vedere a un fedele medievale, il giorno di Pasqua.
Il Risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale ...Della cosa ci parla l’antropologa Maria Caterina Jacobelli in un bel saggio dal titolo “Il risus paschalis e il fondamento teologico del piacere sessuale”.
Al centro dello studio vi è l’usanza, radicata soprattutto in Germania ma attestata anche in altri paesi europei, che il sacerdote, il giorno di Pasqua, allietasse l’assemblea suscitando il riso. Adesso, non me ne vogliano i cattolici praticanti, ma bisogna ammettere che la messa di Pasqua è tutt’oggi una delle cose più interminabili che un credente si possa infliggere: benedizioni e letture per un totale di almeno due ore. Bisogna capirli, questi poveri preti del medioevo se, per vivacizzare un pochino la situazione ed evitare che i fedeli gli russassero in faccia, finivano per inventarsi mille espedienti da teatranti: fare il verso degli animali, raccontare barzellette, far finta di partorire un vitello per poi tirar fuori dalla tunica un’oca… ma anche e soprattutto ricorrere a parole oscene, calarsi le braghe, imitare atti sessuali e masturbatori ed ogni genere di turpitudini.
Bisogna aspettare il Cinquecento (che, a dispetto del pregiudizio comune, fu un secolo molto più repressivo dei precedenti) perché qualcuno si arrischi a protestare che pratiche del genere sono un tantino fuori luogo in una chiesa. Tuttavia interpellati riguardo al senso tali usanze, i sacerdoti non sapevano offrire risposte, se non che così si era sempre fatto, anche per evitare che i fedeli morissero di sonno.
File:Laughing Fool.jpgEppure ci deve essere un motivo più profondo, si chiede la Jacobelli nel suo libro. E la conclusione a cui arriva è che nel medioevo al piacere (sia quello del riso che quello del sesso) era attribuito un valore talmente sacro da considerare la Chiesa un luogo adatto per esprimerlo, soprattutto durante la celebrazione di quella che era la festa della gioia per eccellenza: la Pasqua. Simili credenze non sono rare, bensì comuni a moltissimi popoli in moltissime epoche. Se solo non temessi di rendere questo post chilometrico, vi citerei almeno una dozzina di riti e leggende, dall’Antica Roma, all’Egitto o al Giappone, in cui delle divinità risolvono delle crisi cosmiche e salvano l’umanità abbassandosi le mutande e suscitando il riso in un altro dio in collera col mondo. 
Adesso, appurato che in molti ambiti della società medievale non vi sia una demonizzazione del riso e del sesso, provate a pensare invece quanto risulti quasi immorale, per la nostra sensibilità moderna, pensare al piacere sessuale come qualcosa che invade lo spazio del sacro. Allora chiediamoci: “Sono più puritano io o un uomo del medioevo?“. Fatemi sapere la risposta.


L’albero dei falli e altri strani disegnetti

Abbiamo già visto come il sesso fosse presente, come una cosa naturale, nella letteratura e nei riti religiosi… e nelle arti figurative? Volete voi che pittori e scultori si lasciassero sfuggire l’occasione di rappresentarlo? E infatti, eccoli lì, quei vecchi sporcaccioni degli artisti medievali, sempre pronti a raffigurare falli e vagine ovunque. Ma proprio ovunque ovunque? Be’, quasi. Vi faccio alcuni esempi:

  • Nei portali del Duomo di Trasacco (AQ), troviamo scolpiti un uomo con un fallo gigante e una donna con la vagina in bella vista;
  • Nella chiesa di S. Fortunato a Todi, compare il bizzarro bunga-bunga tra una figura maschile (forse un frate) ed una monaca, con il serpentone del frate che, snodandosi attorno alla colonna, va a finire giusto giusto tra le cosce della monaca;
  • Nel coro di Ciudad Rodrigo, vicino a Salamanca, i braccioli su cui i monaci poggiavano le mani non erano altro che dei deliziosi peni, neanche troppo in miniatura;
  • A Gubbio, nella Chiesa di Santa Maria Novella, tra le colonnine tortili che delimitano un affresco della Vergine, è dipinto un Kama Sutra che farebbe impallidire Cicciolina.
  • Etc., etc., etc…

Ma che ci fanno delle immagini del genere nelle chiese? Le spiegazioni proposte dagli studiosi sono diverse: secondo alcuni il sesso, visto in modo estremamente negativo e peccaminoso, era raffigurato nei luoghi sacri proprio come un demone da esorcizzare. Eppure questa interpretazione mi sembra un po’ viziata dal pregiudizio che abbiamo verso il medioevo e mi pare più convincente l’ipotesi che, piuttosto, quei simboli sessuali fossero lì a celebrare la vita, come una continuazione, in chiave cristiana, dei culti pagani della fertilità.

E fin’ora abbiamo parlato delle chiese; ma non credete che le pubbliche amministrazioni se la cavassero meglio! Negli affreschi della Fonte dell’Abbondanza di Massa Marittima (GR), commissionati dal Comune tra il 1260 e il 1330, vediamo una serie di scene che si svolgono all’ombra di un albero, da cui pendono quelle che o sono susine molto OGM, oppure son proprio peni.

Albero dei peni e dell'abbondanza a Massa Marittima: significato ...
Il significato di una simile simbologia? Secondo lo storico Maurizio Bernardelli gli affreschi rappresenterebbero la città prima e dopo la costruzione della fonte: prima della realizzazione dell’importante opera idrica infatti, l’abbondanza e la fertilità (rappresentate dai frutti a forma di fallo) non erano disponibili a tutti: vediamo infatti una povera donna che si affanna a tirar giù dall’albero i frutti con una pertica e altre due che si strappano i capelli litigandosene uno. Grazie all’edificazione della fonte invece, i vari corsi d’acqua della città vengono sapientemente convogliati in modo da garantire prosperità (e quindi cazzi) a tutti, mettendo pace tra le allegre comari poco prima intente a fare a botte.

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Insomma, niente male come programma figurativo da esporre agli occhi dell’intera cittadinanza! I nostri Comuni oggi sarebbero altrettanto disinvolti nel commissionare un’opera pubblica raffigurante simboli sessuali? Sono certa che il sindaco della città in cui vivo, ex Sentinella in piedi e strenuo oppositore della teoria del gender nelle scuole (“L’educazione alla sessualità è compito della famiglia, non della scuola”, tuonava) non avrebbe niente in contrario. No no.


Come vedete, cari amici, la nostra idea di un medioevo sessuofobico e repressivo forse è un tantino da rivedere. Per carità, in teoria delle regole c’erano: uomini di Chiesa come Oddone di Cluny e Pier Damiani ci hanno lasciato fior di trattati contro le pratiche sessuali estreme che oggi sono uno spasso da leggere.
Il punto è che nella società medievale, come anche nella nostra, non tutti avevano la stessa visione dello stesso tema. Pensate quanto sarà difficile, per gli storici del domani, delineare quale fosse, ad esempio, il nostro atteggiamento di fronte all’ecologia. Si potrebbe dire che ce ne sbattiamo allegramente, visti gli innegabili danni che abbiamo provocato al Pianeta; eppure, se pensiamo alle manifestazioni del Friday for Future, parrebbe che la questione ci stia molto a cuore!
Questo perché, in una società complessa come la nostra, su nessun tema c’è un’unica visione condivisa da tutti. La stessa cosa accadeva nel Medioevo: in alcuni ambienti il sesso era condannato, ma in altri ambienti l’approccio comune alle gioie carnali rimaneva piuttosto libero e positivo, soprattutto in confronto ad altre epoche ben più repressive, come a quella della Controriforma o più recentemente, a quella Vittoriana.


Adesso però vi saluto, lasciandovi qui, come promesso, il video del Professor Barbero che vi consiglio vivamente di guardare per portare un po’ di pepe in questo uggioso 1 maggio di quarantena.
Molti (casti) bacini e bacetti a tutti ♥
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6 comments

  1. Cara Carletta, dovresti essere meno imbarazzata
    e ordinare in libreria queste “cosacce” che altro non sono che cose naturali e nel medioevo lo capivano più del nostro sindaco. Da parte di tua suocera per niente bigotta 😉 <3

  2. sono decisamente più bigotta di una donna del medioevo e non ti dico l’imbarazzo quando ho chiesto al mio libraio di fiducia il libro del professor Barbero 🙂

    • Posso immaginare! Io quando devo ordinare queste cosacce imbarazzanti lo faccio sempre su internet…Vaglielo a spiegare se no, che il tuo interesse è la letteratura medievale!

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