I Padri del Deserto: come essere santi (ma anche assassini, ninfomani e evasori fiscali)

Allora, siete a casa? Non c’avete un cacchio da fare? Non vedete l’ora di ascoltare le nuove mirabolanti storie  dei nostri amici medievali? padri del deserto quando la religione non era ancora noiosa ZanderPerfetto, allora cascate proprio a fagiolo, perché in questi giorni in cui non ho un cacchio da fare neanch’io, ho rispolverato una lettura di qualche mese fa: “Quando la religione non era ancora noiosa”, ovvero le incredibili avventure e le mirabolanti imprese dei padri del deserto. Le volete sentire? E allora, se potete, affondate il sedere sul divano ancora più di quanto non sia già affondato e aprite le orecchie, ché vi racconto un po’ chi erano questi padri del deserto e perché facevano quello che facevano.

 

Sant’Antonio superstar

Partiamo dalle basi: Sant’Antonio, quel vecchio con la barba che vedete spesso raffigurato con un maialetto accanto, non fu proprio il primo dei padri del deserto, ma fu almeno il più famoso. Vi riassumo in poche parole la sua storia: nacque nel 251 a Coma, in Egitto, da una famiglia di ricchi agricoltori. Rimasto orfano a vent’anni e con un grande patrimonio da amministrare, decise di disfarsi di tutti i suoi beni per rifugiarsi nel deserto a pregare, digiunare, fare miracoli, combattere col demonio e farsi crescere il muschio nelle unghie dei piedi. Tutte queste cose costituivano l’àskesis, ossia l’ascesi, che in greco significa allenamento e non a caso l’asceta veniva definito “l’Atleta di Cristo“. Sant’Antonio, con le sue pratiche, mandava in visibilio le folle che, certe della sua santità, lo sfiancavano con continue richieste di preghiere e guarigioni.  A 105 anni, all’apice della fama, morì, chiedendo ai suoi discepoli di essere sepolto in un luogo segreto, in modo da poter passare almeno il sonno eterno lontano dalle rotture di coglioni.

Sant'Antonio abate padri del deserto maiale

Dietro la scia di Sant’Antonio, furono in tantissimi a intraprendere la via della ricerca di Dio nel deserto. Dietro questa scelta di vita c’erano certamente delle motivazioni molto nobili: la lontananza dalle tentazioni della vita mondana, la contemplazione di una natura selvaggia, l’introspezione, il silenzio, la vicinanza con Dio etc.

C’erano però anche delle ragioni un pochino più pratiche, ossia l’evasione fiscale.

Il deserto, via per il Paradiso celeste (e fiscale)

Dovete sapere che, soprattutto negli ultimi secoli dell’Impero, le finanze dello Stato romano era piuttosto dissestate. Cosa potevano fare dunque i sovrani se non tassare, tassare e ancora tassare come se non ci fosse un domani? Diocleziano in particolare, alla fine del III secolo, aveva intrapreso una riforma fiscale talmente dura che Mario Monti levate proprio. In Egitto, quelli che più di tutti facevano le spese dell’austerity erano proprio i proprietari terrieri. Che, poveretti, ci avevano provato a pagare le tasse col sorriso, ma niente, quelli volevano proprio i soldi. Tanto valeva allora vendere tutto e andare nel deserto a combattere col Diavolo in persona, piuttosto che stare nella società e combattere col diabolico sistema fiscale dell’Impero. D’altronde, Sant’Atanasio, nella sua biografia di Antonio, lo dice chiaramente: gli anacoreti lavoravano duramente e vivano di elemosine, ma comunque in pace e concordia. Perché? Perché lì non arrivava l’esattore delle imposte.

Old Wild Desert: i Santi criminali

Leggendo le fonti antiche rimaniamo stupiti dal gran numero di santi eremiti con una fedina penale non proprio immacolata. E come mai tutta questa sete di spiritualità nei criminali? Erano tutti buoni ladroni convertiti? Non proprio. Diciamo piuttosto che da sempre il deserto era il luogo in cui sfuggire agli uomini e in particolare alla loro legge: nessuno conosceva bene il deserto come i delinquenti e il confine tra latitanti e anacoreti era spesso labile. Vi cito giusto qualche esempio: abbiamo San Macario il Vecchio, ladro di salnitro, San Macario il Giovane, giocatore d’azzardo e assassino, San Mosè, di professione brigante, che aveva raccolto attorno a sé la bellezza di 75 colleghi di malavita, ma non mancavano neanche gli psicopatici da manicomio criminale.

santo eremita padri del desertoDi questi ultimi il mio preferito è l’eremita Apollo, tra i cui scheletri nell’armadio c’era l’omicidio, a scopo di ricerca scientifica, di una donna gravida. Capiamoci: Apollo, poverino, faceva il pastore e non aveva potuto studiare. Era però molto portato per l’introspezione. Non per la propria però, per quella degli altri: voleva proprio capire come fossero fatti dentro. Per esempio, com’era fatto un feto, nel ventre materno? Nei palinsesti televisivi del III secolo non c’era Esplorando il corpo umano, per cui poteva capitare che uno si portasse dietro un simile dubbio insoluto fino all’età adulta. Proprio così accadde al nostro sant’uomo che, a 40 anni, mentre pascolava le greggi, vide passare una donna incinta. E cosa fai, ti lasci sfuggire l’occasione? Ma assolutamente no! Il nostro Jack lo Squartatore in erba, armato di coltello, immobilizzò la malcapitata e le aprì il ventre. Soddisfatta la curiosità e appurato che dentro non c’era un uovo di pasqua ma solo un semplice bambino, magari un po’ più piccolo della norma, non trovò comunque la pace interiore e, anzi, si sentì infinitamente in colpa, non tanto nei confronti della madre, per la quale si sentì subito assolto, quanto nei confronti del bambino. Andò dunque nel deserto ad espiare la sua colpa e a riflettere sul fatto che, se solo il governo investisse di più nell’acquisto di ecografi, la gente curiosona non avrebbe bisogno di squartare il prossimo per capire come è fatto dentro.

Sex and the Desert: quella vecchia mandrilla di Santa Maria Egiziaca

Fin qui, direte voi, tutti uomini. E le donne? Sono esistite anche le Madri del deserto? Ebbene, parrebbe di sì, o almeno le fonti antiche ci parlano anche di loro*. La più celebre è probabilmente Santa Maria Egiziaca che, prima di darsi alla vita spirituale, fu una specie di Samantha Jones ante litteram.

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Sofronio, che nel VII secolo ne scrisse la vita, ci dice che era originaria dell’Egitto e che a soli 12 anni abbandonò la famiglia per riversarsi nei sordidi vicoli di quella che era la capitale della dissoluzione dell’epoca, Alessandria. Lì la fanciulla si disfò molto volentieri dello scomodo fardello della sua verginità e prese a fare più o meno la prostituta. Dico più o meno perché c’è chi l’amore lo fa per noia, chi se lo sceglie per professione, Santa Maria né l’uno né l’altro, lei lo faceva per passione; ergo, le piaceva talmente tanto che, se non era proprio necessario, evitava pure di farsi pagare.
A un certo punto però la nostra eroina iniziò un po’ ad annoiarsi: Alessandria d’Egitto poteva avere all’epoca circa 300.000 abitanti e lei, nel giro di un paio d’anni li aveva già conosciuti intimamente praticamente tutti. Per fortuna un bel giorno capitò nel porto, dove una gran folla si accalcava per salire su una nave.

«Dove andate, bei giovanotti?» chiese Maria.
«A Gerusalemme, per la Festa dell’esaltazione della Santa Croce di Cristo» le risposero.
«Molto interessante…» pensò tra sé e sé la futura santa, adocchiando tra la ressa una ventina di giovanissimi devoti a cui non vedeva l’ora di impartire il battesimo a modo suo.

Non perse tempo e, seppur sprovvista di biglietto, si intrufolò anche lei sulla nave, avendo già in mente un sistema alternativo al denaro per pagarsi il viaggio. La crociera sulla Love Boat proseguì liscia e senza intoppi, facendo sbarcare Maria, tutto l’equipaggio e i passeggeri a Gerusalemme, esausti ma anche decisamente appagati.

Una volta nella  Città Santa, dopo aver testato la virilità della fauna locale (e se rimaneva tempo anche della flora) la nostra piccola amica ninfomane venne attratta da una gran folla che correva verso una chiesa. Proprio lì infatti era esposta la reliquia della Santa Croce di Cristo. Al pari degli altri pellegrini anche Maria tentò di entrare nella chiesa ma una misteriosa forza soprannaturale le impediva di varcare le porte. Gli altri entravano e lei invece, per quanto tentasse di avanzare, veniva respinta. Santa maria egiziaca madri del deserto
«Che sia per via della mia condotta allegrotta?» si chiese la Santa, mentre scorreva mentalmente tutto l’album delle figurine dei maschioni con cui aveva giaciuto. «Forse è il caso che mi penta e che appenda il perizoma al chiodo» concluse. E non appena pronunciò queste parole, sentì una forza che l’attraeva verso la chiesa a cui, miracolosamente poté avere accesso per adorare la sacra reliquia. Da quel giorno cambiò vita: attraversò il Giordano e si rifugiò nel deserto.

A questo punto inizia la parte meno divertente della storia, in cui lei vive di penitenza e preghiera per 47 anni, fino al giorno in cui il suo discepolo Zosimo non trova il suo cadavere rinsecchito dal sole, lo seppellisce e la fanno santa.

*Riguardo a Santa Maria Egiziaca e le altre Madri del deserto permane una domanda. Furono figure leggendarie o esistettero davvero? Hans Conrad Zander, autore del libro su cui si basa questo articolo non ha dubbi. Furono pura fantasia. Le donne votate a Dio esistevano, ovvio, ma stavano nei conventi, non libere nel deserto. A suffragio di ciò porta la tesi, giusto velatamente sessista, secondo cui (cito testualmente) «Il deserto, dal punto di vista fisico e nervoso, è roba da uomini», p. 113. Non avendo una conoscenza abbastanza approfondita del tema sospendo ogni giudizio, ma vi invito, se avete informazioni a riguardo, a farmele avere anche con un commento al post.

San Simeone lo stilita e il nuovo ascetismo rock’n roll

Il monachesimo dei primi tempi, quello di Sant’Antonio per intenderci, era una cosa decisamente rock’n roll; uno mollava tutto per perdersi nel deserto,  combattere Satana e nutrirsi di radici, in totale solitudine o al massimo avendo per compagni una masnada di galeotti evasi.

Col tempo però le cose divennero molto meno avventurose, soprattutto da quando San Pacomio, nel 320,  decise che era giunto il momento di mettere ordine nell’anarchia e fondò la prima abbazia organizzata. In queste comunità si conduceva una vita precisa ed ordinata, fatta di lavoro, preghiera e dieta equilibrata. Eccessi nel digiuno o nelle mortificazioni corporali non erano affatto graditi, perché davano adito a protagonismi personali e intaccavano la perfetta uguaglianza che doveva regnare tra i monaci.

Insomma,si faceva una vita abbastanza pallosa e questo lo capì bene il santo di cui sto per parlarvi, Simeone. Quando, ancora giovanissimo,era entrato nel suo bel monastero in Siria, il suo cuore batteva per le imprese dei grandi eroi della fede, atleti di Cristo, pronti a portare il loro corpo e il loro spirito fino ai limiti più estremi. Con suo sommo disappunto invece si ritrovò in un consesso di monaci ben pasciuti e annoiati, il cui massimo traguardo consisteva nel ripetere per 10 volte il Pater Noster in meno di 30 secondi netti. A Simeone questo non bastava: lui voleva sfidare sé stesso ed essere l’asceta più ascetoso di tutti, campione olimpico di digiuno, reginetto indiscusso delle più insopportabili pene corporali. Iniziò dunque, di nascosto, a privarsi di cibo e acqua e a mortificarsi le carni con un maxi cilicio che gli avvolgeva la vita. Purtroppo ben presto i suoi superiori si accorsero delle sue intemperanze e lo cacciarono dal convento. Simeone tuttavia non ne soffrì troppo, perché quel mortorio non faceva davvero per lui.

Raccolse i suoi quattro stracci e si mise a vagare per il mondo alla vecchia maniera egiziana, passando i giorni e le notti all’aperto, sulle rocce, esposto ad ogni intemperie. Il popolo, che idolatrava questo genere di eroismi della fede, iniziò a stravedere per lui e seguirlo ovunque, rendendo la sua solitudine piuttosto popolata. Non c’era luogo in cui il povero Simeone potesse ritirarsi e starsene a pregare in santa pace, senza che qualcuno arrivasse a tentare di strappargli un capello o un brandello di veste per portarselo via come reliquia. san simeone stilita padri del desertoCome fare allora? In Siria non c’era deserti grandi e impenetrabili come in Egitto. Gli venne dunque un’idea: salire su una colonna e non scendere mai più, così tutti avrebbero potuto ammirarlo, ma nessuno avrebbe potuto raggiungerlo e molestarlo oltre il dovuto.

Era appena nato il primo stilita.

Simeone iniziò la sua carriera con una colonna di altezza media, poi pian piano, con il suo consueto spirito competitivo, si impose colonne sempre più alte: tre, sei, nove, quindici metri e così via. Ma cosa faceva tutto il giorno uno stilita sulla sua colonna? San Simeone aveva trovato un modo piuttosto intelligente di scandire la giornata. Il mattino iniziava con una serie di innumerevoli genuflessioni che, oltre a lusingare il Creatore, mantenevano elastica la schiena; alle 3 del pomeriggio poi arrivava il momento della predica sulle questioni di economia e, credendosi Cottarelli, iniziava a discutere sui tassi di interesse dei prestiti troppo elevati; il resto del pomeriggio poi scorreva tra miracoli, profezie di varia natura (anche meteorologica) e sagge sentenze.

Ma, vi chiederete voi, siccome uno stilita, ancorché santo, non è fatto di solo spirito, se non scendeva mai dalla colonna, come mangiava? E soprattutto, dove cagava? Anche per questo c’era un’ingegnosa soluzione. Quel poco di cibo e acqua previsti dalla durissima dieta erano deposti, dai fedeli, all’interno di cesti alla base della colonna, che il santo poteva sollevare tramite un sistema di corde; per i bisognini invece era stato predisposto un comodo tubo di scarico.

Il sistema ideato da San Simeone era così geniale che furono in tantissimi a imitarlo e si aprì una vera e propria caccia all’ultima colonna: nel giro di pochi decenni, in tutto l’Oriente cristiano, gli stiliti erano talmente tanti che non si riusciva più a trovare una colonna libera.

 Piccola riflessione finale

Cari amici, il mio breve e confusionario sunto sul monachesimo orientale termina qui. Nel caso in cui vogliate approfondire il tema, ci tengo a dirvi che, nell’accostarci alle fonti antiche, dobbiamo avere gli occhi bene aperti: le storie che vi ho raccontato sono ovviamente condite di dettagli fantasiosi, ingenui e popolareschi; nonostante ciò, sotto questo involucro, possono celare delle informazioni preziose per ricostruire il contesto storico in cui queste nuove forme di spiritualità hanno preso vita.
Riguardo al libro di Hans Conrad Zander su cui si basa il mio articolo, ve lo consiglierei volentieri, perché mi sembra che fornisca un quadro storico abbastanza valido, nonostante alcune letture interpretative un tantino viziate da posizioni ideologiche personali. Peccato che sia fuori edizione da diversi anni e che l’ultima copia presente online sia riuscita ad accaparrarmela io, tra l’altro pagandola il triplo del prezzo originario ♥

Ora cari amici vi saluto davvero. Mi auguro che le mirabolanti storie di questi campioni dell’isolamento sociale possano essere un faro anche per la vostra quarantena e, se siete stati così bravi da arrivare alla fine del post, vi lascio qua una piccola chicca musicale di Tizio Bononcini, perfetta per rievocare le atmosfere di quei mattacchioni degli amici del deserto.
Bacetti, Carla.

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8 comments

  1. i miei preferiti erano gli esicasti, quelli che rischiavano sempre di morì soffocati (a maggior gloria del signore), perchè dovevano recitare lunghe e contorte preghiere in greco, nell’arco di un unico respiro.

    • Ciao!! Oh, tu non ci crederai ma ti ho pensato proprio ieri notte! Ho pensato “E’ da un po’ che non vedo misopogonlibri, domani vado a farmi un giretto dalle parti del vecchio wordpress per vedere come sta e come se la sta cavando la libreria con tutte le restrizioni da coronavirus!”
      Come stai e come va dalle tue parti? Comunque sai che gli esicasti non li conoscevo? :O di questi gruppi di matti asceti orientali ne spunta fuori uno sotto ogni fungo!

    • bhe avendo tra i miei clienti un prete ortodosso (eh si… una libreria dedicata a giuliano imperatore, per gli amici l’apostata, ha anche clienti preti) ho fatto una scorpacciata di santi e pratiche astruse risalenti al tardo impero e all’impero romano d’oriente fino a costantino IX monomaco (ma uno se pò chiamà costantino IX cognome?).
      Oltre che alla mia collezione privata, di libri non in vendita che si occupa di romanìa dal IV al XIII secolo.
      Quella del cammello diarroico che citi tra le morti più atroci la conoscevo, ti aspettavo al varco per vedere quando ne avessi parlato.
      Sapevo che ti avrebbe dato ottimi spunti…
      Dello scorticamento di Ipazia d’alessandria con una conchiglia (tutto a maggior gloria del signore, ovviamente) non ne hai mai parlato, oppure me lo sono perso?
      Come ovviamente tanti altri spunti trovi in anna comnena, sulla quale ti dovresti soffermare perchè oltre ad essere una delle poche storiche “donna” di quel periodo, mostra una crudeltà nei commenti tale da far sembrare Vlad l’impalatore ghandi.
      Mi aspetto un’anabasi approfondita nel tuo stile anche di lei e dei suoi scritti…. non mi deludere!
      Come me la passo?
      bhe…. benedico il fatto di avere la proprietà delle mura e di non essere un ristorante, visto che per quanto possa sembrare assurdo, in questo momento storico guadagnano meno di noi….
      Roba da essere citata nell’apocalisse di San giovanni come segno premonitore della fine del mondo ” l’ottavo angelo ruppe il sigillo e vidi i ristoranti incassare meno delle librerie”
      Ovviamente al momento tutte le attività, presentazioni, corsi e iniziative sono sospesi.
      e si…. ahimè…. quest’anno a causa delle misure di distanziamento sociale, mi salterà l’incontro che faccio ogni anno il 26 di giugno per ricordare giuliano (pensavi di essere la sola nerd ad esaltarti con i “nostri” amici altomedioevali/tardoantichi?)
      Per non parlare della ricerca bibliografica che nei due mesi precedenti è stata impossibile… adesso è solo difficilissima, quindi quando entro in qualche casa privata bardato come se dovessi affrontare l’inverno nucleare, stappo lo champagne!!!!!!
      Diciamo che tra l’online e qualche sparuto cliente che comincia ad affacciarsi la sussistenza la raggiungo, per il resto aspettiamo il miracolo.
      Quello che più mi rode però è che come ogni anno io distribuisco le mie poche vacanze in modo “intelligente”.
      Una settimana d’estate e una d’inverno.
      Che te lo dico a fare?
      Quella invernale mi doveva iniziare il 12 marzo…. c’eravamo pure preparati l’archeotour da due mesi……
      Di non poco aiuto per sollevare l’umore, sono stati i tuoi post.
      Eri latitante da un bel pò.
      Ci voleva una bella pandemia medioevale per farti rimettere al lavoro di buona lena!

  2. Ho già commentato sulla mia pagina fb. Lo replico perchè infinita è la mia stima e amore per te, divisa con il Maestro e nostra guida Alessandro Barbero. Ti adorooooo!!

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