Eloisa e Abelardo (l’amore, la castrazione e altri malanni) [2° puntata]

Vi ricordate quell’irresistibile spaccamaroni di Pietro Abelardo, il filosofo più affascinante, brillante e antipatico del Medioevo? E la sua amante, la dolce e coltissima Eloisa? Avevo iniziato a raccontarvi la loro storia (di cui trovate qui la prima puntata) verso circa un anno fa e se poi l’ho lasciata in sospeso senza una conclusione non è perché sono una bloggerista distratta e approssimativa (no no!). È solo perchè, se ben ricordate, avevamo lasciato Eloisa fresca fresca di test di gravidanza e dovevo darle giusto tempo di partorire e riprendersi.

In realtà, durante questi dodici mesi, ne son successe delle belle: ancor prima che la gravidanza diventasse evidente, Fulberto, lo zio di Eloisa, una notte aveva fatto irruzione nella camera in cui i due amanti si rifugiavano a studiare la filosofia, cogliendo Pietro nel bel mezzo di una dimostrazione piuttosto pratica della distinzione tra amore platonico ed eros. Al povero Fulberto, sulle prime, era venuto un coccolone. Poi, ristabiliti i giusti livelli di pressione arteriosa e ricacciato l’istinto di afferrare un’ascia e fare a fette gli amanti, aveva trovato un compromesso più diplomatico: separarli per sempre.

Ma credete che questa separazione fosse sufficiente per calmare i sensi di quei due, che ormai avevano i carboni ardenti nelle mutande? Manco per sbaglio. Ognuno soffriva del disonore dell’altro, ma l’inebriante ricordo della tenerezza e delle capriole tra le lenzuola annullavano qualsiasi senso di colpa. In più, in questa situazione già turbolenta, Eloisa informò Pietro di aspettare un figlio. Il filosofo, seguendo un copione degno di una telenovela sudamericana di quarta categoria, reagì con impeto: rapì l’amata, le infilò addosso un costume da suora e la nascose in Bretagna, la terra di cui era originario.

Fu lì che il bambino nacque. Fu un bambino amato? Chissà. Pietro, nella sua autobiografia, ci dice che Eloisa era stata entusiasta nell’annunciargli la gravidanza. Io tuttavia conservo il dubbio che lei questo bambino un po’ lo odiasse per averle rotto le uova nel paniere e aver complicato una situazione già così delicata. Cosa me lo fa sospettare? Non solo il fatto che la madre, dopo la nascita, nelle sue lettere non citi quasi mai il figlio. Me lo fa sospettare soprattutto il nome che gli dà: Astrolabio, lo chiama, quella sconsiderata. Cioè, mettiamoci nei panni di questo bambino: già sei nato fuori dal matrimonio, cosa che nel Medioevo di certo non ti faceva diventare il cocco della maestra e il preferito tra i compagnetti; in più tua madre è un’adolescente e tuo padre, di vent’anni più vecchio, oltre ad essere una specie di prete, è l’uomo più cagacazzo di Francia.

Il piccolo Astrolabio all’età di sei mesi

Ti ci manca solo di chiamarti Astrolabio per peggiorare la situazione… perchè sì, etimologicamente è un nome piuttosto romantico (significa “Colui che afferra le stelle”) ma praticamente l’astrolabio un cavolo di goniometro che si metteva nelle navi per non perdere l’orientamento… cioè, è come se oggi chiamassimo un figlio “GPS”!

Ad ogni modo, mentre Eloisa era impegnata a imprimere traumi insanabili nel figlio, Abelardo tornava a Parigi, conscio di doversi confrontare con una scomoda incombenza: affrontare il furibondo Fulgenzio. Forse fu l’unica volta in cui quel filosofo supponente chinò il capo di fronte a qualcuno e ammise un errore: «Ehm, ehm… Signor Fulgenzio, ho combinato un casino. Però adesso sono pronto a fare ammenda. Sposerò Eloisa». Fulgenzio tirò un sospiro di sollievo e sentì che, lentamente, il sangue che da mesi gli ribolliva nel cervello iniziava a defluire, irrorando anche gli altri organi. Almeno fino a quando Pietro non proseguì, tra i colpi di tosse: «La sposerò, sì…Coff coff… Ma di nascosto, perché, voi capite… Coff Coff… Sono un chierico, un filosofo: un pubblico matrimonio riparatore nuocerebbe alla mia carriera…». Il povero Fulgenzio, che ormai viveva col colpo apoplettico in canna, si sentì di nuovo mancare, ma si fece forza. Un matrimonio segreto era una soluzione che faceva schifo ma almeno era una soluzione. Accettò.

Quella che la prese meno bene invece fu Eloisa, e qui state bene attenti, perché dietro le parole di questa ragazza si rivelano un carattere, una libertà di pensiero e un’originalità che risulterebbero avanguardistici persino nel nostro secolo: «Noi non siamo gente da matrimonio, Pietro» gli scrisse. «Per noi sposarci sarebbe solo un peso. E poi io ti ho amato per quello che sei, e sei un filosofo, non un padre di famiglia. Ti ci vedi, sommerso dai pannolini e intontito dai pianti dei neonati? Io non ti ci vedo». Il succo del discorso era: “Va bene che ti chiamano ‘Il Socrate di Francia’, amore mio, ma io non ho molta voglia di passare alla storia come Santippe. Non si potrebbe restare trombamici, continuare ad amarci fino ad arrovellarci le budella e rimanere degli idoli l’uno agli occhi dell’altra, anziché ingrigire in una banalissima quotidianità?”.

La verità è che nel Medioevo il matrimonio era un’istituzione finalizzata a conservare i patrimoni e incanalare, in modo socialmente accettabile, le pulsioni sessuali. Per Eloisa sposarsi significava vedersi propinare un rimedio al desiderio e alla voluttà dei sensi, a cui mai e poi mai avrebbe voluto porre rimedio. L’amore che provava era talmente viscerale, disinteressato e totalizzante che qualsiasi etichetta sociale sarebbe stata svilente: lei era solo curiosa di vedere fin dove l’avrebbe condotta quella passione e qualsiasi meta l’avrebbe accettata, purché fosse una meta scelta da lei, e non imposta da altri, a salvaguardia della morale comune. E ce lo fa capire bene quando, in una lettera, scrive queste parole a Pietro, che a rileggerle fanno venire i brividi: «Preferirei esserti amica, esserti amante, e perfino essere la tua puttana, ma mai, mai, mai tua moglie».

Certo, Eloisa avrebbe preferito altro, ma era il 1100: le preferenze di una ragazzina di 17 anni, contro quelle di due uomini adulti e decisi a rispettare le convenienze, contavano poco. Eloisa si lasciò trascinare all’altare con la rassegnazione di un animale condotto al macello, dicendo a Pietro: «Va bene, l’hai scelto tu. Non ci rimane che perderci l’un l’altro e soffrire più di quanto non abbiamo amato». Ancora non lo sapeva, ma questa profezia si sarebbe avverata.

L’idea che aveva Pietro di questo matrimonio, comunque, ci appare chiara già cinque minuti dopo il “Sì”: gli sposi uscirono dalla chiesa separati, attenti a non farsi vedere. Eloisa, pazza d’amore e d’abnegazione, negava con tutti che il matrimonio fosse mai avvenuto, preoccupata di non danneggiare la reputazione dell’amato. Pietro, dal canto suo, pazzo di amor proprio ed egoismo, evitava la moglie e, per mettere a tacere ogni dubbio, la fece addirittura nascondere in convento. Una mossa due volte subdola, finalizzata, da un lato, a tutelare la propria immagine e dall’altro lato a tenere Eloisa, bella com’era, lontana dalle lusinghe di altri uomini.

Una malfidenza, quest’ultima, che pure quella santa di Eloisa faticò a digerire: «Bella fiducia che riponi in me. Ma come? Sai benissimo che sarei stata pronta a seguirti fino al ciglio di un vulcano se me lo avessi chiesto, e invece mi hai fatto chiudere in convento per gelosia?». E non solo. Pietro la voleva lontana dal mondo, ma a sé disponibile, al punto tale da non disdegnare, nelle sue visite, di consumare i doveri coniugali frettolosamente e di nascosto, in un angolo del refettorio consacrato alla Vergine Maria, che poverella, era costretta a tapparsi gli occhi per non assistere a una tale impudenza.

Non è che fosse cattivo, credo, questo Pietro Abelardo: è solo che, pur essendo un genio della logica, era tanto, tanto ignorante nelle cose del cuore. Amava, sì, ma di un amore piccino, prudente e un po’ avaro. Tuttavia la furbata di far rinchiudere Eloisa in convento, con cui Pietro credeva di facilitarsi la vita, si rivelò in realtà una pessima idea. Per lo zio Fulberto, a cui fumavano le orecchie da tempo, questo fu l’oltraggio definitivo. Capite il sentimento di questo poveretto: aveva aperto le porte di casa al massimo filosofo del suo tempo, uno che si presentava come una persona seria, misurata… e quel porco, come ringraziamento, si era infilato nel letto della sua nipotina. Persino incinta, gliel’aveva messa! E si era preso subito le sue responsabilità? No, gliel’aveva rapita da sotto il naso, pezzo di un cane vigliacco, e se l’era portata a sgravare in Bretagna, E poi tutta quella sceneggiata del pentimento: “Mi vergogno del mio tradimento, signor Fulberto, ma voglio rimediare, sposerò la ragazza…”. Ma che razza di matrimonio è mai questo, con la sposa a far la monaca nel chiostro? A chi giova? Non certo a Eloisa e nemmeno a Fulberto, povero bue, due volte beffato, due volte umiliato.

Cieco di rabbia, dunque, il canonico prezzolò due sicari che, nottetempo, si intrufolarono a casa di Abelardo e, mentre dormiva gli tagliarono via tutto il santo corredo riproduttivo. Era la legge del taglione: con quello aveva peccato e su quello era stato punito.

Quanto potesse essere profonda, per un uomo, una simile umiliazione, possiamo solo immaginarlo. E mentre vi lascio che lo immaginate, vi saluto, perché il seguito della storia ve lo racconto in un altro articolo. Riuscirà la storia d’amore dei nostri paladini a superare la prova di una simile menomazione? E il dolore farà bene al nostro Pietro, facendolo diventare, che so, un pochino meno stronzo? Ma soprattutto: ci hanno sempre raccontato di un Medioevo sessuofobico, dominato dalla mortificazione dei corpi e dalla repressione delle pulsioni. Come è possibile allora incontrare, in pieno 1100, due personaggi con una concezione dell’amore così moderna? Bhe, per avere una risposta occorre aspettare la prossima puntata, in cui si parla di etica, di sesso, di ragione, di pulzelle vittime di gosthing e di ex che, come i boomerang, tornano sempre indietro.

A prestissimo piccoli amici!

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