Jacopone da Todi, il frate innamorato di Dio (e nemico del Papa)

E oggi, affinchè la sfilata dei fuori di testa protagonisti del Medioevo continui, parleremo di Jacopone da Todi, che fu frate, mistico, ribelle, poeta, felicemente ipocondriaco e nemico del Papa.

Jacopone, quando nacque attorno al 1230 nel borgo umbro di Todi, si chiamava solo Jacopo. Il maggiorativo –one se lo attribuì lui stesso più tardi, per ragioni che presto vedremo. La prima parte della sua vita somiglia alla storia di un qualsiasi ragazzo di buona famiglia del Duecento. Crebbe tra gli agi, andò a studiare legge a Bologna e si concesse tutti i peccatucci dello studente universitario fuori sedepasta al tonno, ubriachezza molesta e amori facili. Ma siccome l’università non dura per sempre, ad un certo punto anche lui trovò il modo di mettere almeno un pochino la testa a posto, sposandosi la figlia di un conte, una certa Vanna da Coldimezzo.

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Todi (PG)

Di questa Vanna Jacopo si innamorò profondamente, forse perché, se ella visse come morì, doveva avere il suo stesso spirito giocondo e festaiolo. Infatti, dopo solo un anno di matrimonio, la giovane passò all’altro mondo danzando, quando, durante una festa, il pavimento della sala crollò sotto i suoi piedi, facendola precipitare nel vuoto. Quale dolore per Jacopo. Ma soprattutto qual sorpresa nello scoprire il segreto che l’amata celava sotto le vesti: alla coscia infatti non indossava una peccaminosa giarrettiera, ma un santissimo cilicio! Per chi non lo sapesse, il cilicio era uno dei modi un po’ insani con cui i medievali pensavano di accaparrarsi il Paradiso; consisteva in uno scomodissimo laccio di crine, pelle di capra o addirittura metallo, da tenere stretto sulla pelle nuda, in segno di penitenza. Viene da pensare che, pur con tutto l’amore del mondo, non ci dovesse essere molto dialogo nella coppia se Jacopo non si era mai accorto che dietro alla condotta da buontempona la moglie celava un animo devoto e contrito.

Ma tant’è. La tragica morte di Vanna mandò Jacopo fuori di testa, gli venne una di quelle crisi esistenziali che neanche Paolo Brosio. Per auto-denigrarsi cambiò il proprio nome in Jacopone, rinnegò il suo passato gaudente e per dieci anni (dal 1268 al 1278) fece vita da eremita, tra digiuni, penitenze, pater noster e incursioni di protesta ai banchetti, travestito da asino o coperto solo di grasso e piume d’uccello. Poi finalmente si decise a condividere la scelta di vita con dei degni compagni ed entrò nell’Ordine Francescano, in particolare in quel ramo che era detto degli “Spirituali”.

A tal proposito è bene aprire una piccola (pallosa) parentesi. Già quando San Francesco era in vita, all’interno dell’ordine da lui fondato si era delineata una profonda frattura tra i cosiddetti Spirituali, che interpretavano la regola della povertà in tutta la sua radicalità evangelica ed i Conventuali che invece si ponevano su posizioni moderate, accettando che i frati vivessero stabilmente in convento e che la congregazione possedesse beni materiali. Jacopone, che in vita sua non aveva mai brillato per senso della misura, ovviamente si arruolò con gli Spirituali, vedendo in essi la speranza per un rinnovamento della Chiesa.

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Ritratto di Jacopone da Todi (di Paolo Uccello, 1436, Prato)

Non era un uomo capace di sfumature, Jacopone. Per lui il mondo conosceva solo due varianti, il bianco e il nero. Il bianco era Dio, il nero tutto il resto. Di Dio era innamorato pazzo: “Quando la gioia di Dio infuoca non si può far a meno di gridare; il cuore è tanto acceso d’amore da non poterlo sopportare: si urla tra i lamenti, senza più vergogna” scrive nella poesia O iubelo del coreQualsiasi altro aspetto della realtà umana era invece per lui spregevole e indegno, e pertanto doveva essere rigettato. Libri e cultura? Pericolose insidie per l’umiltà di un cristiano. Il corpoIl nemico numero uno, fonte di ogni peccato.

Tale era l’avversità di Jacopone per la fisicità che dedicò al tema una ballata (di cui vi allego qui una terrificante rivisitazione moderna) che inizia così: “O Segnor per cortesia,/manname la malsania”, che in soldoni significa “O Signore, per cortesia, mandami la lebbra.” Già, perché se nell’ipocondriaco classico la paura di essere malato e il desiderio di esserlo convivono, in Jacopone non vi è traccia di paura, ma solo un folle amore di malattia e annientamento. Il buon frate prosegue il componimento con un lunghissimo elenco di tutte le infermità che vorrebbe ricevere in dono: “Che mi vengano le fistole con migliaia di bubboni e i cancri siano tanti da esserne pieno ovunque. Che mi venga la gotta, il mal di occhi al punto di morire, che mi colpisca la dissenteria e mi siano date le emorroidi.” E verso il finale: “Aleggome en sepoltura/un ventre de lupo en voratura,/ e l’arliquie en cacatura en espineta e rogaria” (Mi scelgo come sepoltura il ventre del lupo che mi avrà divorato e le mie reliquie vadano a finire in una bella cagata tra le spine e i rovi).

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Ritratto di Celestino V

Ad ogni modo, tra una febbre, un mal di denti e una pancreatite, arrivò l’anno 1294 e al soglio pontificio salì un vecchietto di 84 anni, Pietro Angeleri, passato alla storia come Celestino V. Pietro aveva nel curriculum una lunga esperienza da eremita sul monte Morrone e la fama di uomo di saldissima fede. E siccome personaggi simili non diventavano papi tutti i giorni, meno che mai nel Medioevo, gli Spirituali non si lasciarono sfuggire l’occasione di farselo amico e chiedergli il riconoscimento ufficiale del loro movimento. Celestino in effetti non li deluse: concesse la propria benedizione e li dichiarò un ordine religioso autonomo, separato dai Conventuali.

Nonostante questo, però, Jacopone, che aveva un certo fiuto, sembrò intravedere subito nel pontefice la stoffa del debole, tanto da dedicargli la ballata Que farai, Pier dal Morrone, in cui non nasconde una certa sfiducia nei suoi confronti:

Bhe, ora sei chiamato alla prova, caro Papa; come ti comporterai? Sarai all’altezza delle aspettative? Hai gli occhi del mondo puntati addosso e se sgarri ti aspetta nientepopodimeno che la dannazione eterna!

Detto fatto. Dopo neanche quattro mesi dalla sua elezione il povero Celestino V iniziò a mostrare segni di cedimento. Realizzò che i palazzi del potere non erano esattamente il suo habitat naturale: gli mancava la sua cella di eremita, le lodi recitate all’alba col gelo del mattino nelle vecchie ossa e lo stomaco che brontola per il digiuno. In breve tempo decise di abdicare. Presentò le sue dimissioni al Sommo Creatore e ai colleghi cardinali e chi s’è visto s’è visto. Per la Chiesa sarà un Santo; per Dante Alighieri un ignavo relegato nell’Antinferno, condannato a correr dietro a uno stendardo senza insegne, con uno sciame di vespe incazzate a inseguirlo, per vivacizzare l’eterna maratona.

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Ritratto di Bonifacio VIII

Ad ogni modo, auto-archiviatosi Celestino V, al soglio pontificio salì Bonifacio VIII, un tipo vizioso che più vizioso non si può. Uno che non ci pensava proprio a stare nei ranghi della povertà, anzi, accarezzava il sogno di una Chiesa grassa, dorata e potente. Ovviamente lo scorno con gli Spirituali non tardò ad arrivare. Questi ultimi, con i cardinali Colonna in testa, nel 1297 firmarono il cosiddetto Manifesto di Longhezza, un documento che disconosceva la validità dell’elezione papale.  Il Pontefice rispose senza troppa diplomazia: prima li scomunicò in massa e poi gli scagliò contro un esercito. Infine, con un gesto dal sapore teatrale che riecheggiava i fasti di Roma Antica, fece radere al suolo e cospargere di sale la roccaforte dei Colonna, in modo che su quelle terre nemmeno più un filo d’erba potesse vedere la luce.

Jacopone, che nella manovra antipapale si era schierato in primissima fila, non ricevette un trattamento teneroBonifacio lo scomunicò e lo segregò in una cella di cui poi gettò la chiave. Tuttavia anche dalla prigionia il frate non cessò di omaggiare il Pontefice di tutto il suo dispregio: “Siedi sul trono di Papa come un novello Lucifero, tu, lingua blasfema che avvelena il mondo”, leggiamo nella Lauda “O papa Bonifazio molt’ài iocato al mondo“.

In carcere il nostro eroe starà almeno 5 anni, fino alla morte di Bonifacio VIII e all’elezione del nuovo pontefice, Benedetto XI. In quegli anni avrà modo di scrivere alcune delle sue 92 Laudee forse lo Stabat Mater, una preghiera di rara bellezza che descrive lo struggimento di Maria ai piedi della croce.

Morirà la notte di Natale del 1306, non divorato da un lupo come si era augurato, ma al sicuro, nella cella del convento umbro di Collazzone. E chissà, magari mentre chiudeva gli occhi per l’ultima volta, dalla vicina cappella, giungevano le voci dei giovani frati ad intonare una lauda a lui familiare: “En Cristo è nata nova creatura,/ spogliato l vecchio om, fatto novello;/ ma tanto l’amor monta con ardura,/ lo cor par che se fenda con coltello;/ Cristo sì me tra(e) tutto, tanto è bello!”. E chissà, magari fuori cadeva la neve e su tutto regnava -finalmente- una nuova pace.

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