Guido Cavalcanti, ovvero l’amore è una cosa seria (e no est fregula)

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La fregola sarda, un tipo di pasta simile al cous cous ma dai grani più grossi

“S’amori no est fregula”, si dice dalle mie parti, che tradotto un po’ fantasiosamente vorrebbe dire “L’amore non è cous-cous”, non è cosa da poco. La saggezza popolare dunque ci avverte: se abbiamo intenzione di innamorarci è bene prepararci all’idea di dover raccogliere qualche grana. C’è un poeta però –uno dei miei preferiti, ad essere onesta – per il quale non solo l’amore non era fregula, ma era addirittura la più velenosa delle pozioni, il più amaro nutrimento dell’anima.

Il signore in questione si chiamava Guido Cavalcanti ed era nato a Firenze attorno al 1250. Per lui l’amore era una forza smisurata e terribile, i cui effetti erano pianto, stordimento e angoscia. Sensazioni ingovernabili che conducono ineluttabilmente alla distruzione fisica e morale.

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Un po’ pesantuccio, direi. Però tutto sommato originale, se paragonato ai suoi colleghi del tempo, Guido Guinizzelli, Dante Alighieri, Lapo Gianni e Cino da Pistoia: poeti che affrontavano l’amore con tocco “dolce e leggiadro”, che si facevano conquistare da donne angelo che, con un po’ di fortuna, potevano anche condurli alla salvezza ed elevarli in alto in alto, fino a Dio. No, per Guido, che forse in Dio neanche credeva, il quadro della situazione era un po’ più cupo e trascinava in basso, dove si perde la ragione, dove si perde l’identità, e dell’uomo che eri non resta più niente.

Però doveva essere bello, questo Guido, da quello che dicono i contemporanei; molto bello e anche colto, dai modi raffinati, ma dall’animo tormentato e sdegnoso, incline alla solitudine. Il mio tipo, in pratica.

Ah, e mica era uno chiuso nella propria individualità, che pensava solo ai cazzi suoi. No, era pure politicamente impegnato, attento al bene comune, con la tessera del partito dei Guelfi Bianchi. Mi sto praticamente innamorando.

Vabbè, dai, però sicuramente avrà avuto amici scemi, dei cavernicoli tutti birra e gare di rutti. Nisba, anche stavolta. Tra i suoi amici più cari figurava Dante Alighieri, tanto per citarne uno tra i più cretini. Che poi, amico amico fino ad un certo punto, visto che quando Guido nel 1290 si mise nei guai a causa una lotta tra fazioni cittadine, il nasone (che all’epoca sedeva tra i Priori del Comune di Firenze) non esitò a votare per la sua condanna all’esilio.

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G. Doré, Illustrazioni dell’Inferno dantesco.

In tutto questo tran-tran di vita travagliata comunque l’amore restava uno dei più grandi interessi di Guido. Come ogni uomo del suo tempo, aveva ben visto di procurarsi una moglie, Bice degli Uberti, figlia di quel Farinata che Dante nell’Inferno aveva collocato ad arrostire nei sepolcri infuocati tra gli eretici epicurei. Sì, quel Farinata a cui, a distanza di quasi vent’anni dalla morte, i fiorentini non avevano ancora perdonato l’accusa di eresia, tanto da volerne riesumare il cadavereper sottoporlo, insieme alla moglie, ad un macabro processo post-mortem.

Bice, dicevamo, era stata una moglie di comodo: lei era di parte ghibellina, lui guelfa, e un matrimonio strategico avrebbe potuto sanare qualche dissidio e portare un po’ di pace in una lacerata Firenze. Ma la destinataria delle rime del poeta è un’altra donna.

Lui, schivo com’è, non ce ne fa mai nome, non dà mai un indizio. Per fortuna ci pensa il fidato Dante a rischiarare le tenebre del mistero. Non pago di aver spedito l’amico fraterno in esilio, sputtana pure l’identità della sua amata, sussurrandoci, in un passo della Vita Nuova, che si chiamava Giovanna, ma era tanto bella da meritarsi l’appellativo di Primavera. E poi ancora nomina la donna nel sonetto “Guido, i’ vorrei che tu Lapo ed io”, auspicando che Mago Merlino, con uno dei suoi incantesimi, ponga lei e altre due squinzie a bordo della barchetta su cui era solito andare a far bisboccia insieme all’allegra brigata formata da Guido (Cavalcanti, appunto) e Lapo Gianni. In quell’occasione il Sommo poeta, la chiama Vanna e accosta al suo nome l’apposizione “monna”, facendoci dunque intendere che sia una donna sposata.

Preso dalla passione per Giovanna, comunque, Guido dedica tutte le sue energie intellettuali a mettere sotto il fuoco della lente d’ingrandimento la propria anima, per studiare con occhio freddo e analitico gli effetti dell’amore. Degli effetti tutti carnali, terreni, laceranti. Prendiamo un po’ un suo sonetto, “Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira” e immaginiamo la scena. C’è questa donna, Giovanna appunto, che lui ama e che io immagino pallida e bella di una bellezza tagliente e dolorosa. Lei entra nella stanza e tutti si voltano a guardarla, perché la sua presenza è un prodigio tale da far tremare l’aria. Nessuno ha più parole, solo sospiri.

E poi la mia preferita tra le sue poesie: “Voi che per li occhi mi passaste ‘l core”. Ancora una volta, Guido si trova al cospetto di colei che ama. Una presenza penosa, opprimente, che al solo guardarla, attraverso gli occhi arriva dritta al cuore, ad avvelenarglielo:

“Voi che per li occhi mi passaste ‘l core
E destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia, 
che sospirando la distrugge Amore.”

E prosegue più o meno così: “L’amore è così bravo a colpire, che ogni mio spirito vitale, ogni mia facoltà umana viene spazzata via. Dell’uomo rimane a mala pena la figura e un filo di voce, che esprime solo dolore. Questo amore, che mi ha distrutto, è partito dai tuoi occhi e mi si è conficcato qui, nel fianco, come una freccia. Mi ha trafitto in pieno, al primo tentativo, tanto che l’anima si è riscossa tremando, accorgendosi che qui, a sinistra del mio petto, il cuore era morto.

Sono parole amare quelle di Cavalcanti, che ci portano su un terreno ben lontano da quello sereno e luminoso di altri poeti del Dolce Stil Novo. Sarà stato proprio per questa sua vena così nera e tormentata che i suoi versi son piaciuti, secoli dopo, agli esponenti della corrente romantica ottocentesca che, influenzati dall’ideologia del proprio tempo, hanno visto in lui un poeta maledetto ante litteram, incline a confessioni intime e sfoghi accorati. In realtà la poesia di Guido, come tutta la produzione letteraria medievale, è gremita di topos letterari, ed è difficile dire quale sia il confine tra l’autentica esperienza personale e la finzione letteraria.

Sta di fatto che la figura cavalcantiana suggestionò tanto la cultura romantica da ispirare a Füssli uno dei suoi più celebri dipinti: “Teodoro incontra nella foresta lo spettro del suo antenato Guido Cavalcanti”, basato su una poesia dell’inglese John Dryden. Nell’opera ritroviamo un Guido dal volto scuro e irrequieto, al galoppo di un cavallo dagli occhi sgranati di furore, che aizza i suoi cani contro un’amante colpevole di non ricambiare la sua passione.

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H. Füssli, Teodoro incontra nella foresta lo spettro del suo antenato Guido Cavalcanti.

Quanto ci sia in comune tra il Guido romantico e il Guido reale non saprei dirlo; le antologie ci ammoniscono dal prendere alla lettera i suoi versi, ricordandoci che la poesia medievale si nutre di motivi ricorrenti e convenzionali, ben lontani da situazioni soggettive e reali. Resta il fatto che, in barba ai libri di letteratura, io a questo Guido idealizzato e romantico mi sono affezionata e voglio continuare a credere, così come voglio concedermi il lusso di rispecchiarmi un po’ in questi versi inquieti e cupi che descrivono l’amore come una cosa davvero seria, come una carneficina. Perché l’amore non era fregula. Neanche nella Firenze di 7 secoli fa.

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